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Dic 7

Basilica dell'Annunziata di Trapani

Basilica dell'Annunziata di Trapani

by MaEl Di Fazio

In: Storia

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A tre km circa dalla città vecchia, sotto le falde del monte S. Giuliano, sorge il grandioso e monumentale tempio della Madonna di Trapani, con l’annesso convento, oggi convertito in museo. Nell’anno 1259 notar Ribaldo degli Abbati, patrizio trapanese, e Palma, sua moglie, concessero ai P.P. Carmelitani, venuti a Trapani e già stabilitisi nella chiesa della Madonna del Parto, oggi detta della Grazia, alcuni loro beni, tra i quali si annoveravano un orto grande col pozzo, una casina e una chiesa dedicata a S. Maria la Nunziata. Trasferitisi lì, i reverendi Padri condussero una vita di veri anacoreti, officiando nella chiesa della Nunziata o Annunziata, che essi aprirono al pubblico culto. Alla donazione dei primo coniugi Abbate seguì quella di Perna, seconda moglie di Ribaldo, la quale nel 1269 legava alla suddetta chiesa il territorio della Chynea ed altri beni, come per testamento erogato a Trapani dal notaio Nicolò Rugiero. Giunto a Trapani il simulacro della Madonna verso la fine del XIII secolo e collocato, dopo varie vicende, nella chiesa dell’Annunziata, crebbe in modo straordinario il culto di questa chiesa, e assieme al culto aumentarono le elemosine, i lasciti, le obbligazioni, tanto che la vecchia cappella fu presto trasformata in tempio. Pescatori, marinai, e patrizi trapanesi vollero allora fabbricare la loro cappella, annessa alla chiesa dell’Annunziata. Primi a fabbricare una cappella furono i pescatori. I quali, come coloro che avevano trovato la portentosa statua, per acquistarvi una specie di patronato, fabbricarono una piccola chiesa a fianco della chiesa principale, e precisamente nella parte di mezzogiorno. Questa chiesetta fu successivamente, in parte diroccata e in parte murata, e solo grazie al conte Agostino Sieripepoli, si scoprì un muro. Nel 1315 Federico II, per agevolare la fabbricazione di una grande chiesa dedicata alla Madonna di Trapani, istituì la festa del Cereo, obbligando i maestri delle varie arti e mestieri della città ad offrire, nel giorno 15 Agosto di ogni anno, una giornata della loro mercede e prescrivendo che anche il R. Secreto pagasse 5 onze annuali, corrispondenti al fruttato netto, che il Re ricavava ogni giorno dalle gabelle di Trapani. Così per le elargizioni spontanee e obbligatorie del popolo, per le larghe offerte e lasciti dei ricchi signori e per le cure dei zelanti PP. Carmelitani si fu in grado di gettare la prima pietra di una grande chiesa che, secondo quanto riferisce il P. Daniele della Vergine, fu terminata dopo 17 anni, e ciò constava anche di una lapide marmorea, collocata sulla parte esterna del muro di settentrione, ove si leggeva: Templum hoc obsolutum fuit anno 1332.

Nel 1339 i mercanti trapanesi, sotto il consolato di Bellonio Villani fecero costruire a loro spese la porta di tramontana, oggi murata, ma della quale si ammira ancora il bellissimo arco a sesto acuto; nel 1361, dagli economi della chiesa, fu fatta fabbricare la porta principale, uguale a quella che aveva allora la cattedrale di Palermo; nel 1476, a spese dei naviganti, veniva costruita la cappella detta del Cristo Risorto, e quasi nello stesso tempo, coi denari e le elargizioni dei signori Bosco-Ventimiglia, principi della Cattolica, veniva rifabbricata la cappella della Madonna e quella di S. Alberto. La devozione e la munificenza della famiglia Bosco, continuata per ben tre secoli, rese possibile la decorazione della cappella della Madonna, la quale, sotto il priore Luigi D’Aiuto, fu abbellita dell’arco marmoreo del Gagini; arco che fu terminato e messo a posto nell’anno 1537, come si rileva dalla iscrizione in latino, posta ai due lati dell’arco stesso. A più riprese, e reggendo la famiglia carmelitana Basilio Cavarretta, Giacinto Maccaglione e Basilio Pilati, fu costruito il campanile, che s’innalza al fianco sinistro del tempio. Amministravano i beni della chiesa due procuratori laici, eletti dal senato e un religioso dell’ordine del carmelo, designato dal priore del convento. Per sopperire alle spesa della manutenzione del tempio, fu altresì prescritto che ogni barca trapanese pagasse ogni anno mezza porzione degli utili netti, e fu spesso raccomandato ai Giurati della città di curare l’esatta osservanza della festa e dei donativi del Cereo. Le elemosine erano anche largamente fatte dai numerosi pellegrini, che venivano ogni anno da lontani paesi a sciogliere i loro voti alla Madonna. Verso la fine del sec. XVI il conte di Albadalista, vicerè di Sicilia, erogava la somma di 12 mila scudi per la costruzione dell’artistica grata di bronzo, che chiude l’altare nella cappella della Madonna, e quasi nello stesso tempo venne fabbricata la chiesa laterale, dedicata prima a San Vito ed oggi a Santa Teresa. Fra colore che più si distinsero nell’offrire donativi per abbellire e ingrandire il grandioso tempio, ricordiamo il vicerè Pietro Giron, duca di Ossuna, che donò tutta la legname necessaria per la costruzione delle volta della chiesa e del convento, tanto da riempirne una nave: a ricordanza di questo donativo i PP. Carmelitani scolpivano una lapide, che per molto tempo esistette attaccata al muro esterno del convento e precisamente nell’angolo che guarda a nord-est. Francesco Fernandez de la Cueva duca di Albuquerque, presidente e vicerè di Sicilia, nel 1630 venuto a Trapani, lasciava quattrocento onze per decorare di stucchi la cappella della Madonna, e nel 1660 Emanuele Fardella, principe di Paceco, erogava la somma di 3000 scudi per onorare di basso rilievi e di arabeschi la cappella stessa. Merita altresì di essere ricordato il patrizio Giacomo Ravidà, che legava considerevole somma per rendere piana ed agevole la strada che da Trapani conduce al santuario. Dopo circa 4 secoli dalla sua fondazione la chiesa grande minacciava rovina, e nel 1760 essa venne rifabbricata a nuovo su disegno dell’architetto Giovanni Amico, il quale la ridusse ad unica navata, però nell’esecuzione del disegno, fatta dopo la morte di questo celebre ingegnere, si fece girare un po’ la volta, che venne a posare in falso, rendendo così le colonne un ornamento inutile ed ozioso. Finalmente ai tempi nostri con le contribuzioni del popolo, dei salinai, degli operai degli stabilimenti enologici e del governo, contribuzioni pazientemente raccolte da un Comitato, presieduto dal Comm. Giulio D’Alì Staiti, si rifece la volta e il pavimento di questa chiesa, la quale, riaperta al pubblico, è stata da 4 anni elevata a parrocchia. Tutto il tempio dell’Annunziata si compone della chiesa grande e di quattro chiese annesse. Davanti al prospetto rivolto ad occidente, a spese ed iniziativa del Conte Agostino Sieripepoli, è sorto un vago giardinetto, chiuso da una grata di ferro con zoccolo di pietra, ad imitazione di quella della villa Margherita. Nella porta di mezzo del tempio sono pregevoli l’arco a sesto acuto con 4 fasce e sopra di esse quel rosone finissimamente e artisticamente intrecciato su pietra da intaglio. Sulle due porte laterali si ammirano due statuette di marmo, rivolte una verso l’altra, raffiguranti: una l’Angelo che annuncia a Maria la nuova d’essere stata scelta a madre del Signore, l’altra la vergine, che accoglie il saluto riverente e commossa. Al fianco sinistro del tempio s’innalza svelto ed elegante il campanile a forma piramidale: è opera dell’architetto trapanese Simone Pisano, che lo disegnò e lo diresse verso la fine del sec. XVIII. La chiesa grande, o come altri la chiamano propriamente la chiesa dell’Annunziata, è di stile barocco ad una sola navata, come, con sedici grosse colonne e un largo cornicione; è lunga 60 metri e larga 19,50 metri e comprende tre altari di fronte e otto laterali. Le pareti e la volta sono bianche e nel mezzo del vano della cupola si osserva lo stemma dei Carmelitani con sotto la scritta: Ecce Ancilla Domini.

Sull’altare maggiore si ammira un grandissimo quadro dell’annunziata ad angolo, ad opera di Rosario Matera. In relazione a questo quadro Giuseppe Felice ne dipinse altre sette più piccole per gli altari laterali, rappresentanti i misteri della vergine, ossia: la concezione, la nascita, la presentazione al tempio, la visita di Maria a Sant’Elisabetta, la purificazione, la morte e l’assunzione. Di questi sette quadri 5 sono ancora nella chiesa, due sono passati al museo, avendo il conte Sieripepoli dato in cambio un quadro dell’Immacolata del La Bruna e una copia del cristo in croce del Vandyck. Affianco della porta esposta a mezzogiorno vi è murata una lapide con sopra un cappello vescovile: essa ricorda la consacrazione della chiesa fatta nel 1839 da mons. Luigi Scalabrini, carmelitano trapanese, vescovo di Mazzara. Nella cappella a destra del presbiterio vi è un crocifisso in legno, di grandezza naturale, opera di Pietro Orlando, e nell’altra cappella a sinistra una statua, pure in legno, di Sant’Elia, protettore dell’ordine del Carmelo, opera di Antonio Nolfo. Vicino la cappella del crocifisso vi è una porta che introduce nella chiesetta dei marinai. Questa chiesetta, quantunque incompleta, è un monumento d’arte per quei 4 angoli della volta in stile gotico, intagliati con rara finezza e precisione. Qui vi si conservano la statua in marmo del cristo risorto, quelle dei quattro soldati dormenti e l’urna marmorea, sulla quale sono scolpite varie navi; tutti questi lavori sono oggi al Museo. Ammirevole è pure l’architettura esteriore di questa chiesetta, che si allarga al fianco settentrionale della chiesa grande, con una cupola larga e bassa. Dietro l’altare maggiore della chiesa dell’Annunziata vi sono due porte, per le quali si entra nella chiesa o cappella della Madonna di Trapani. Le pareti di questa chiesa sono intonacate di stucco ad uso romano, imitando eleganti marmi di porfido, e lo zoccolo dei pilastri è di pietra rosata. Riprodotti dagli antichi affreschi vi sono dipinti su tela alcuni episodi della storia ebraica, come Giacobbe che palpa Jsaù, Ester che scacciata dal marito si rifugia presso il padre, Giuditta che taglia la testa ad Oloferne ed altri. Questi quadri di media grandezza , chiusi in cornici di stucco, sono lavori del trapanese Andrea Marrone, eseguiti verso il 1850. Di fronte alle due porte suddette, vi è la cappella della Madonna, di forma semisferica, chiusa da una grossa e artistica grata di bronzo, fusa da Guglielmo Musarra, su disegno dell’architetto trapanese Eligio Fiorentino. Alla grata fa corona l’arco marmoreo del Gagini, che come dice il Ferro, fa conoscere quanto seppe fare di bello l’arte del mezzo rilievo in Sicilia alla fine del sec. XVI. Raffigura in dieci medaglioni i profeti che vaticinarono di Maria. Le loro maschie fisionomie, l’arditezza dei contorni e la vivacità e serenità dei loro occhi ci rivelano l’originalità dello stile e la profonda conoscenza della prospettiva e delle giuste misure, tanto da dare al basso-rilievo l’illusione di tutto rilievo. Attraverso gli attorcigliati cordoni della grata, o anche dentro la cappella stessa, il visitatore ha agio di potere ammirare e venerare la miracolosa Madonna di Trapani. Ritta in piedi sotto un baldacchino sostenuto da otto colonne di marmo, con capitelli di ordine corinzio toccati in oro, è collocata la famosa statua, tutta rivestita di oggetti d’oro, d’argento e di pietre preziose. Essa tiene al braccio sinistro il bambino, ma ha gli occhi rivolti a chi la guarda, infondendogli quell’arcano sentimento della fede e della speranza, e invitandolo nello stesso tempo a domandare grazie. Il Bambino ha lo sguardo rivolto alla madre, la quale mentre pare intenta ad ascoltare le preghiere dei fedeli, con la mano destra tiene ferma quella del figlio e quest’atto è fatto con tanta materna tenerezza, che infonde amore anche nei cuori più duri. Il volto della Madonna è di un colorito olivastro, i suoi occhi neri sono sereni, larghi e penetranti, le ciglia oltremodo belle, la fronte larga e maestosa e le labbra atteggiate ad un dolce sorriso. Ragionevolmente il vicerè conte d’Albadalista, nel mirarla esclamava: chi veder la vuol più bella vada in cielo.Tanto la Madre che il Bambino portano sul capo due artistiche corone d’oro tempestate di diamanti, regalate dal capitolo di San Pietro di Roma nel 1734. l’altezza della statua è poco più di un metro e mezzo, il suo peso è di 1200 kg e il marmo è quello finissimo orientale, detto pario o nassio , che si trova nell’isola di Cipro. Spogliata di tutti quegli oggetti, la Madonna ci appare vestita d’una lunga tunica bianca, col suo bel manto ornato di lettere caldee, le quali avvalorano l’antichissima tradizione che essa sia stata scolpita in Endithet, città di Cipro. L’altare della Madonna è tutto adornato di argento: tabernacolo, vasetti, viticci, candelieri, lampade e persino le vesti dei due angeli , che stanno ai fianchi della Madonna, sono finissimi lavori di cesello in argento. Le pareti sono decorate di marmi con fregi di periti scalpelli. Sotto i piedi della Madonna vi è, in argento, la pianta topografica della città di Trapani. Il culto della Madonna, sparso in tutto il mondo cattolico, attirava nella nostra città ben 20.000 forestieri. Innumerevoli erano poi i doni che ad essa si facevano da parte di persone di riguardo.

Tratto da: Guida di Trapani, di Marco Augugliaro, 1914

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