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Viaggiatori arabi in visita a Trapani

Viaggiatori arabi in visita a Trapani

by margherita amabile

In: Storia

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Chi come me ama rovistare nel passato del proprio territorio, troverà di sicuro interesse le pagine dedicate a Trapani da due dotti di origine araba, che il destino ha portato in Sicilia a distanza di qualche decennio l’uno dall’altro: il geografo e astronomo Idrisi, ospite d’onore alla corte di Ruggero II e di Guglielmo I, e il poeta arabo-andaluso Ibn Ğubair, di passaggio sull’isola nel 1184, di ritorno dal pellegrinaggio alla Mecca. Il primo ci ha lasciato un affresco del nostro territorio nell’opera “Il diletto di chi è appassionato delle peregrinazioni attraverso il mondo”, commissionatagli da Ruggero II per illustrare un grande planisfero d’argento:

“Trapani, città di antica fondazione, è situata sul mare che la circonda da ogni lato e non vi si accede che dal settore orientale a traverso un ponte. Il porto, sistemato nel lato meridionale, è tranquillo e senza risacca, e ciò rende possibile alla maggior parte delle imbarcazioni di svernarvi al sicuro dalle tempeste dato che nella baia il movimento delle onde è calmo anche quando il mare aperto è agitato. In esso la pesca è abbondante e superiore al fabbisogno; vi si pescano grossi tonni usando grandi reti, e una pregiata qualità di corallo; proprio davanti alla porta della città si trova una salina. Il circondario di Trapani ha un’ampiezza notevole, le terre sono fra le più ubertose e molto produttive le coltivazioni. Trapani vera e propria è fornita di mercati spaziosi ed opulenti mezzi di sussistenza. Adiacenti a Trapani si trovano Favignana, Levanzo e Marettimo, ognuna dotata di un porto, di pozzi e boschi da cui si ricava legna. Intenso è il movimento marittimo di Trapani anche nella stagione invernale per l’eccellenza del porto, la calma del mare e la mitezza del suo clima. Da Trapani a Erice corrono una decina di miglia. Erice è una montagna maestosa, dalla vetta alta e imponente, facile da difendersi data la sua inaccessibilità. Sulla sua cima, che abbonda di acque, si adagia una distesa di terre da semina ed esiste pure una fortezza lasciata incustodita.”

Se ne ricava il ritratto di una cittadina florida, la cui economia è basata sulla pesca del tonno, sulla raccolta del corallo, sulla produzione del sale e sul commercio, attività quest’ultima favorita dalla sua posizione di ponte tra due continenti. È senza dubbio più colorito e vivace il racconto di Ibn Ğubair, che fece tappa in Sicilia dopo aver girovagato a lungo per il Mediterraneo e aver soggiornato per nove mesi alla Mecca. A lui è attribuita la paternità del genere letterario denominato “ rihla”, un resoconto di viaggio che si prefigge di intrattenere il lettore e al tempo stesso di informarlo. Ecco come appare Trapani ai suoi occhi:

“Città di poco spazio e di non grande dimensione, murata, bianca come una colomba, il suo porto è dei più belli e più comodi ai bastimenti, ond’è che i Rum (i cristiani) si dirigono numerosi a quella volta, e soprattutto que’ che traghettano verso il Barr al-Adwah (Costiera d’Africa). Perrocché tra questa città e Tunisi corre un giorno e una notte di navigazione, e si d’inverno che d’estate le navi vanno e vengono di continuo tra le due città; e quando il vento è favorevole questo tragitto si compie in breve tempo. In Trapani si trovano mercanti, bagni e tutte le comodità cittadine che possono occorrere. Essa però si addentra nelle fauci del mare che la circonda da tre lati, e non è congiunta alla terraferma che da un lato solo, ristretto. Il mare spalanca la bocca verso la città dalle altre parti, e la popolazione prevede che senza dubbio la inghiottirà, per quanto possa ancora prolungarsi la durata dei suoi giorni –Soltanto Dio altissimo conosce il futuro. È città agiata e conveniente (soggiorno) per il basso prezzo (delle derrate), essendo essa posta in territorio esteso e coltivato. I suoi abitanti sono musulmani e cristiani, e gli uni e gli altri hanno le loro moschee e le loro chiese. Da levante, con declinazione a tramontana, là dove la città si attacca al continente, s’innalza a poca distanza un gran monte, altissimo e vasto, sull’alto del quale spicca una rupe isolata dove è costruita una rocca dei Rum, che è in comunicazione colla montagna per mezzo di un ponte. Sulla montagna, lì vicino, i Rum hanno un grosso borgo le cui donne godono fama di esser fra le più belle dell’isola – Dio le faccia schiave de’ Musulmani -. Su questo monte si trovano vigne e campi seminati, e secondo che ci fu detto, vi scaturiscono circa quattrocento sorgenti d’acqua. Si chiama Ğabal Hamid (il monte di Hamid, Monte San Giuliano). Da una parte il salirvi è agevole, onde i Cristiani ritengono che di là possa avvenire il conquisto dell’isola, se Dio vuole, e non c’è caso che permettano ad un Musulmano di salirvi sopra. E per ciò appunto vi hanno piantato questa rocca inespugnabile, nella quale, quando avessero sentore di qualche pericolo, metterebbero al sicuro le loro donne e, tagliando il ponte, un gran fosso li separerebbe da chi si trovasse sull’alto del monte attiguo.”

Nel racconto di Ibn Ğubair si avverte lo scorrere febbrile della vita trapanese, scandita dai ritmi del lavoro nel porto e nei mercati, e dagli appuntamenti religiosi. Si avverte anche il rimpianto per la perdita di una terra, la Sicilia, considerata dagli arabi il fiore all’occhiello dell’impero arabo-islamico. La presenza di moschee e hammam nella città, a un secolo dalla conquista normanna dell’isola, è la dimostrazione di quanto fosse radicata la cultura arabo-islamica nel nostro territorio.

Infine, un breve cenno meritano le apocalittiche preoccupazioni degli abitanti di Trapani sulla sorte della città e l’ossessione di Ibn Ğubair per le belle donne ericine. Ci sarà un fondo di verità in tutto questo?

                                                                                                                   

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